mercoledì 20 marzo 2013

domenica 17 febbraio 2013

Il tesoro di San Gennaro - musica tradizionale riletta in chiave moderna


Su Radio Napoli 24

Il primo disco importante napoletano del 2013 è una promessa da tempo attesa, già segnalata come uno degli esperimenti più interessanti di rilettura elettronica della nostra tradizione. Salvio Vassallo, batterista, arrangiatore e produttore ha dovuto fondare una propria etichetta la Rtf (Remembering the future, pensando a Calvino e soprattutto a Berio, a cui ha dedicato un altro interessante progetto sulle “Folk songs” di imminente uscita) per pubblicare “Il tesoro di San Gennaro”, insieme titolo dell’album e del progetto-ensamble che coinvolge la bella voce di Valentina Gaudini, moglie di Salvio, e strumentisti come Ernesto Nobili, Enrico Barbaro, Riccardo Veno, Emidio Ausiello…
Il repertorio è quello della più antica melodia partenopea, dal “Canto delle lavandaie del Vomero” (ma ci sono pure le “Lavandaie” della “Gatta Cenerentola”) a “Lo Guarracino”, già un hit in rete, da “Michelemmà” a ” Villanella ch’all’acqua vai”. Il suono è quello elettronico della glitch generation, trip folk per anime sensibili, campi sonici che circondano, avvolgono, resettano, danno nuovo significato, a volte stravolgono, altre completano antiche melodie, finora confinate alla riproposizione da puristi pur conoscendo noi in realtà poco e male

.Vassallo rilegge la tradizione in chiave moderna

Per acquistare il disco:

Su Amazon


giovedì 20 dicembre 2012

Il Tesoro di San Gennaro - Salvio Vassallo


salvio vassallo, Naples, Italy

Valentina Gaudini: vocals
Salvio Vassallo: keyboards, soundscapes, programming, drums
Ernesto Nobili: electric guitars
Enrico Barbaro: bass
Emidio Ausiello: ocean drum
Franceso Albano: additional programming

Produced by Salvio Vassallo



giovedì 5 aprile 2012

mercoledì 4 aprile 2012

Una Napoli bellissima....




Il paradiso esiste. Si è rivelato stamattina al lungomare.
Eravamo in pochi, zitti, attoniti. Il sole negli occhi guardavamo luccicare il mare che finalmente portava a riva i suoi profumi. I ragazzi sugli scogli parlottavano piano, quasi che non volessero rompere l'incanto, qualcuno con un teleobiettivo scattavava foto e una mamma con il passeggino e le persone anziane riposavano sui sedili, posti sotto i fari e circondati di fiorellini.
Il silenzio rimbalzava sui sorrisi e sullo stupore di respirare aria pulita. Liberati finalmente dal frastuono e dai veleni delle auto e dai troppi, brutti pensieri, che ogni giorno trascinano nell'inferno un paradiso.

Ci sono voluti gli americani, con la loro importantissima gara di vela.
Ci sono voluti gli americani a creare un'isola pedonale che qui nessuno lo aveva mai pensato, anzi si sono messi con impegno a nasconderlo. Come se il paradiso è una vergogna e le cose più importanti sono altre.
Per una volta è una Napoli bellissima che brilla nel sole di primavera.
Una Napoli che profuma di vacanza e di pensieri lieti.


Tina Paliotti


martedì 28 febbraio 2012

28 febbraio 2012

mercoledì 25 gennaio 2012

mercoledì 14 dicembre 2011

Via Luca Giordano


Un soffice tappeto attutisce i tuoi passi

e il sole filtra attraverso i rami spogli

e mentre il tempo rallenta

ricordi di quando

bambina

coglievi da terra il profumo d'autunno

e lo mostravi

al sorriso di tua madre


Tina P.

(autunno 2011)

giovedì 27 ottobre 2011

giovedì 7 luglio 2011

sabato 7 maggio 2011

domenica 3 aprile 2011

sabato 8 maggio 2010

Napoli nel vento tra le nuvole di primavera....


... e di primavera certe volte si alza il vento. e si accompagna a grandi nuvole di pioggia mentre il sole si fa strada con i colori dell'arcobaleno...





mercoledì 10 febbraio 2010

Certe volte Napoli...


Certe volte Napoli si presenta così,
con un batuffolo di nuvola sospesa sul Vesuvio.
Come l'ultimo tocco di un pittore che non vuol finire il quadro.

Quando il tempo è bello l'acqua brilla di riflessi che ti entrano negli occhi e spengono i rumori della strada.

Sul marciapiedi s'incrociano lenti sorrisi mentre i pensieri fuggono a inseguire sugli scogli i voli dei gabbiani.

Certe volte... di domenica mattina.





giovedì 22 ottobre 2009

Il pontile di Bagnoli


di Tina Paliotti


Un tempo arrivavano le navi da chissà dove. Venivano a scaricare materie prime e poi a ritirare il finissimo acciaio lavorato e prodotto dall’Italsider. E proprio lì, tra le macerie della fabbrica chiusa da decenni, nell'immobile spazio che ricorda il sudore di chi ci ha trascorso - se non perso! - tutta una vita, tra i resti degli altiforni del mostruoso impero e gli edifici e i capannoni e le strutture in ferro, lì proprio, è rimasto anche il pontile.




Lungo quasi un chilometro si estende oltre la riva, oltre gli scogli, e ti trovi in mezzo al mare, come su una di quelle navi tanto grandi che quando vanno il mare non lo senti. Avevano provato in tutti i modi a demolirlo, anche i tedeschi nell’ultima guerra lo avevano riempito di mine, ma lui niente,  neanche un graffio, solido come una roccia, costruito di pilastri di ferro e cemento che non si smuovono con le bombe neanche di un centimetro.




Sembrava una cosa inutile, una lingua di ferro senza senso sdraiata inerte per decenni sopra al mare, fin quando a chissà chi è venuto in mente di farne un passeggio. Un lungomare in mezzo al mare, con i sedili in pietra, le ringhiere, i lampioncini, le fontanine e i cestini per i rifiuti. E alla gente è piaciuto, e ora tutti parlano di come è bello passeggiare sul pontile.




E stamattina ci sono andata anche io, al pontile. Su, per una scala di ferro che ci sono arrivata col fiatone  che non sapevo ci fosse l’ascensore. E ora eccomi qui su questo lungo corridoio che si inoltra largo e solido nel mare. 
C’è gente, quella lenta e sonnacchiosa della domenica mattina. I bambini corrono e i vecchi si riposano sugli scanni di cemento, tutti con l’aria stupita e un po’ contenta, come se non ci fosse spazio per il vociare sui problemi, perché la bellezza qui è talmente tanta che non hai più il tempo di pensare ai piccoli fatti tuoi.




Sotto il caldo sole d’autunno vado avanti.

Nisida sta lì, oltre il confine tra la terra e il mare, quasi la tocco con la punta delle dita. Ma già lo sguardo fugge via e mi regala l’illusione che attraversando il ponte mi ritrovo a Procida, e proprio lì davanti, con un piccolo balzo sono a Ischia.
Perché per mare, se il tempo è bello e l’aria nitida, le isole, le tieni più vicino.

Immersa nel bagno d’aria e sole, con il mare che si chiude all'orizzonte sulla striscia d'asfalto, respiro finalmente libera e padrona dello spazio che infinito mi accoglie.

Ma quando il nuovo è troppo bello quasi ti spaventa e lo so, non avrei dovuto, ma d'improvviso con uno di quei gesti involontari, quasi a ritrovare la sicurezza della terra ferma o anche a rimirar la costa, che vista dal mare a volte la città è più bella e sembra un'altra, mi blocco, mi volto e guardo indietro. E proprio lì, in quell'attimo a Bagnoli, resto di pietra anch'io come il pontile.

Lo sguardo dal mare non regala su Bagnoli lo stupore di una costa in una nuova prospettiva, ma uno schiaffo in pieno viso. Da lassù nulla sfugge e stride il contrasto tra la terra e mare. Il ferro per anni lavorato trasportato e forse mai smaltito ha lasciato il suo segno. Gli scogli che si affacciano sul mare sono rossi, e rossa pare l'acqua che li sfiora ad ogni onda. Lo spazio è tale e tanto che lo sguardo si perde all'infinito e spazia tra quel che sembrano i resti di una città in rovina e di immensi capannoni abbandonati e di un parcheggio dove restano solo erbacce e la memoria dei sudori dei tempi che furono.


Lo spazio desolato e immenso mi lascia attonita.
Da un lato il mare e la bellezza, dall'altro i resti di un mostro edificato in un angolo di paradiso, che ha dato cibo e sacrificato gente in tempi in cui la sicurezza sul lavoro era solo un mito, e chi ci ha lavorato racconta che sugli altiforni, ogni giorno, morivano una decina di persone.

Come si cancella il passato?
La fatica e il sudore, le urla e la disperazione, finanche il sangue di coloro che hanno trascorso e lasciato la vita, cementa quel che resta delle strutture. Una insolita atmosfera irreale aleggia sull'immensità del luogo.

Potrebbe essere uno spazio dedicato al turismo,  costruire alberghi, passeggiate, lidi balneari, e poi abitazioni e bar, ristoranti e discoteche. Ma i resti della fabbrica sono immani. C’è troppo ferro, e rotaie e cemento sono oramai parte della costa e integrati in essa. Da quassù capisco che demolire e ristrutturare è una impresa immane, se non impossibile.

Sono anni che se ne parla e i progetti sono tanti: demolire le strutture ancora esistenti e costruire una intera cittadina affacciata su un litorale simile ad un paradiso,
Ma l’inquinamento non perdona.
E quel pontile, lo stesso che oggi apre ampi spazi di aria e sorrisi alla gente che sonnolenta e beata passeggia di domenica mattina, quel pontile trasformato in passeggiata solo perché impossibile da demolire, quel pontile continua a cedere al mare tutto il ferro e le altre sostanze inquinanti e tossiche con cui è stato costruito.

Mi volto ancora al mare,le isole la montagna accanto, il paradiso lì davanti, l'inferno alle mie spalle.

Non sono più lieta, né serena. La passeggiata ora è piena di pensieri.

Tina Paliotti

22 ottobre 2009

lunedì 5 ottobre 2009

La Crypta Neapolitana e il Parco Virgiliano



Sono tanti i napoletani che non lo conoscono. E' il Parco Virgiliano, il parco che prende il nome dalla tomba di Virgilio, che pare sia stata posta lì.
E' un luogo particolare, denso di atmsfere che stride con l'ambiente che lo circonda. Posto ai margini dell'ampio tunnel che da Mergellina porta a Fuorigrotta, occorre andarvi di proposito perché nessuno mai vi si troverà a passare lì davanti, per caso.

Occorre incamminarsi come a voler andare a piedi sotto il tunnel. Costeggiando la chiesa di Piedigrotta, subito dopo esser passati sotto il ponte della ferrovia, sulla sinistra ecco apparire un cancello. Come si oltrepassa già si entra in una nuova dimensione, ma sembra che sia tutto lì: una stradina in salita con in cima un mausoleo.
Pare finisca proprio lì, e invece la strada gira e si apre sul parco,
un angolo di paradiso dove giacciono tesori e di ogni tipo, tra cui la cripta neapolitana.

Il parco è dedicato a Virgilio, il Virgilio poeta come noi lo conosciamo che lo abbiamo studiato a scuola, e che Dante scelse come sua guida tra i gironi dell'inferno e nel purgatorio. Ma quanti sanno che un tempo, pochi anni prima dell'avvento di Cristo, Virgilio, a Napoli, aveva un potere tale da esser considerato protettore della città?
Un protettore che utilizzava persino arti magiche e divinatorie per difendere un territorio che amava.

E fu con la magia, narra la leggenda, che Virgilio riuscì a costruire la cripta,
l'antica galleria che collegava Napoli con i Campi flegrei, in una sola notte, quando si rese conto che occorreva un passaggio più breve che collegasse Napoli a Pozzuoli.

I secoli cancellano la storia e alimentano leggende, ma una cosa è sempre certa, che le maggiori innovazioni avvenivano a scopi militari. Da sempre la ricerca del potere ha mosso i popoli a lottare e a inventare strategie per poter raggiungere i propri obiettivi. E anche questo tunnel basso, scuro e lungo poco più di settecento metri, molto probabilmente fu costruito per scopi bellici e fu poi utilizzato dai più temerari che osavano attraversare quel luogo stretto e buio, spesso luogo di rapine e omicidi.

In seguito questo luogo insolito, ai piedi della collina di Posillipo, dove Virgilio pare coltivasse le sue erbe e dove fu costruito un acquedotto, che dal Serino portava l'acqua a Napoli, questo luogo oscuro divenne inoltre sede di riti, festini e baccanali, dove, complice l'oscurità, pare avvenissero dei riti pagani consacrati al dio Priapo, il dio della fertilità.

Tutto questo ricorda il parco Vergiliano e ancor di più.
Come si sale lungo il viale ben presto ci si accorge delle varietà di piante che sono lì coltivate. Sono le piante utilizzate da Virgilio per alleviare le sofferenze umane, ognuna con un proprio potere medicinale, un sapere antico andato perso, trasformato dalla chimica nei nostri farmaci attuali.

Il parco è stato da pochi anni ristrutturato. Ci accoglie il silenzio, il profumo delle piante e il mausoleo di Virgilio che pare non contenga più l'urna con i suoi resti, ma vi si può leggere l'epitaffio:

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces
("Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, mi tiene ora Partenope; cantai i pascoli, le campagne, i duci".)









Salendo ancora per il viale ci si trova di fronte l'alto mausoleo che commemora Giacomo Leopardi. La sosta è d'obbligo, qualche foto, e difronte ecco che ci si incanta davanti le piante acquatiche e flora di ogni genere.



Ma si continua ancora a salire e si va su, ed ecco la crypta. Delle pesanti grate ne chiudono l'ingresso, ma solo se vi si avvicina si può immaginare l'intenso fascino e l'atmosfera che la permeava.
E d'intorno si notano ancora i resti di affreschi e dell'acquedotto e un oscuro antro dove pare fossero riposti arnesi antichi di ogni genere e dove pare fosse il laboratorio di Virgilio.

(continua)

sabato 3 ottobre 2009